Regalare un pianoforte non è solo un regalo: parola di Elton John

Certi regali, non sono mai solo regali”.

Recita così la didascalia alla fine di uno degli spot promozionali per Rocket Man, il film sulla carriera di Elton John, in uscita il prossimo 30 maggio.

Durante uno dei tanti pomeriggi “irrequieti”, durante una pausa, tra un pezzo da arrangiare e la preparazione delle mie lezioni di pianoforte settimanali, vengo completamente attratto da questa pubblicità così singolare.

Sulle note di Your Song, la frase cerca di descrivere il potere e la magia che un singolo strumento, un’opera umana, è in grado di liberare nello spirito e nel corpo.

È stato così per Sir Reginald Kenneth Dwight, in quel momento fatale, quando madre e nonna gli regaleranno il suo primo pianoforte. Reginald aveva circa 7 anni, ma già all’età di 3 anni era evidente il suo incredibile orecchio musicale.

Un destino che prende corpo quando a 11 anni vince una borsa di studio per la prestigiosa Accademia Reale di Musica di Londra.

Tenacia, impegno, volontà e grande istinto creativo sono alcuni degli ingredienti principali per definire l’alchimia dell’arte di Elton John: un linguaggio raffinato e trasgressivo, romantico e sovversivo, malinconico e spregiudicato; una sintesi fisica e acustica di una personalità inquieta e coraggiosa, capace di andare fuori dagli schemi degli schemi stessi.

In questo mondo fatto di luci, culto dell’estetica e irriverenza, permane una memoria ossessivamente inglese, legata al gusto, tanto da stravolgere il rapresentamen stesso del pianoforte nell’Europa Popular, Glam e Progressive degli anni ’70.

Il pianoforte di Elton è come una Cadillac preparata; elegante e dinamico, scattante e raffinato. La sua naturale capacità di mescolare rock’n’roll, blues, pop e stilemi classicisti viaggia in parallelo all’imponenza compositiva del Progressive Rock dell’epoca, ritagliandosi uno spazio neutro, intoccabile e insostituibile; un marchio di fabbrica capace di stravolgere i canoni linguistici della musica contemporanea.

Un crocevia quasi barocco a metà tra Fats Domino e Jerry Lee Lewis, come ha detto Billy Joel, capace di creare uno stile spontaneo e istintivo. Fu anche grazie a Elton John se il pianoforte è riuscito a ritagliarsi un luogo tanto speciale, quando le chitarre di Jimi Hendrix prima e Jimmy Page ed Eric Clapton subito dopo, avrebbero dettato i nuovi linguaggi del Rock and Roll. Come fu per Jerry Lee Lewis, con Elton John il pianoforte prende vita sula palcoscenico, si muove, si traveste, s’infiamma (anche se non letteralmente come faceva il nostro amato “The Killer”), contribuendo a dimenticare, per il tempo di una canzone, la difficoltà e il peso (fisico e tecnico) di uno strumento non facilmente trasportabile.

Da Your song a Tiny dancer, passando per Crocodile Rock e Rocket man, la rivoluzione musicale dei seventies si compie anche grazie a un ragazzo bassino e un po’ impacciato che, armato di orpelli, scenografie funamboliche, occhiali di tutti i tipi e colori, abiti veramente sgargianti, reagisce alle paure e le insicurezze della sua infanzia, scrivendo alcune delle pagine più belle e geniali della storia della musica del XX secolo.

Lo stile e la musica di Elton John sfruttano il pianoforte in tutta la sua essenza; partendo da una melodia solida, sulla quale poggia una base percussiva incisiva e precisa; dinamiche e armonizzazioni che seguono un percorso che prima sembrava non incrociarsi, cosicché il pianoforte diventa l’interprete umano di paure e emozioni, grazie ad una straordinaria tecnica e una genialità fuori dal controcorrente. Nonostante gran parte di questa creatività si esaurì con gli anni, fin quasi ad annullarsi negli anni ’90, Elton John ha scritto pagine musicali che non moriranno mai e continueranno a influenzare intere generazioni di musicisti, cantanti, creativi e, ovviamente, pianisti.

Fausto Bisantis - Insegnante di pianoforte presso Kawabonga Strumenti Musicali

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